A proposito della Assemblea Sinodale: i nodi da sciogliere

Secondo diverse ricostruzioni di stampa e le diverse considerazioni della Presidenza della II Assemblea sinodale italiana (https://camminosinodale.chiesacattolica.it/lintervento-di-mons-castellucci/), mi sembra di comprendere che alcune difficoltà individuate nella redazione delle “propositiones” finali derivino da diversi mancati chiarimenti sul quadro teologico e pastorale di riferimento. Mi permetto di segnalare alcune mie considerazioni già prefigurate in un recente articolo finalizzato a ricostruire il cammino sinodale italiano nei diversi post-concilio

3. Comprendere i nodi da sciogliere, se possibile. Prospettive future

Come comprendere il cammino fatto? Come per tutto il compito missionario della Chiesa anche per il cammino italiano è difficile sostenere che ci sia stata una continuità ma vera e propria discontinuità. Anche per l’Italia si possono individuare due modelli o strategie: una di dialogo e una di missione[1].  

Una parte della Chiesa, anche italiana, ha avuto ed ha come punto focale la teologia della rivelazione (Dei verbum riletto con Gaudium et spes) che generò il tema della evangelizzazione dell’amore di Dio, della formazione della fede, della testimonianza e autenticità di vita, di dialogo, della laicità e il ruolo adulto dei laici; ma senza chiarire adeguatamente i livelli di dialogo e inculturazione, i soggetti della mediazione, il rapporto teologico-missionario tra compito della fede e compito dei sacramenti. Una seconda parte della Chiesa, legata alla visione missionaria di Sacrosanctum concilium, rimaneva (e rimane) ferma sulla prospettiva missionaria della salvezza come amministrazione della redenzione e mantiene come compito primario la riaffermazione della centralità della Chiesa e dei suoi sacramenti; senza riuscire a chiarire il valore delle innovazioni conciliari, il tema della fede come libera adesione, il valore teologico della cultura, la qualità pastorale del clero, la laicità, il cambio sociale della religione.  Si tratterà quindi di ‘mettere in ordine’ le visioni missionarie di SC 5-7, DV 2, GS 41-15.

Di conseguenza i nodi da sciogliere sono interni a tutte le parole chiave che si sono utilizzate in questi 50 e più anni perché sono state utilizzate con una riflessione teologica frutto di compromessi; collegate alle diverse strategie ricordate che hanno prodotto molti equivoci; con una strumentazione e progettazione pastorale troppo selettiva e semplificata. Evangelizzazione, umanizzazione, missione, testimonianza, laicità, ministerialità, comunicazione della fede, società, cultura, dialogo,  educazione, etc., hanno subito continue e differenti interpretazioni se riferite alla prospettiva di dialogo con il mondo per realizzare l’amore di Dio o se riferite al compito di annuncio della verità che solo la Chiesa ritiene di possedere; se finalizzate e favorire una comprensione nuova del cristianesimo o a cercare la riaffermazione della narrazione precedente.

Al cuore della complessità interpretativa c’è quindi la necessità di un chiarimento sul modello di missione la Chiesa italiana voglia riferirsi. Ma questo comporta confrontarsi sul valore da dare al Vangelo di Gesù, alla ermeneutica delle fonti, al soggetto della missione, alla libera conversione, al dialogo culturale e interreligioso[2]. Temi ovviamente molto complessi. La Chiesa italiana avrà ancora paura di affrontarli?

Si ha il timore che il prossimo Sinodo prenda la strada di una facile estroversione del compito missionario senza accordi sui fondamenti antropologici e teologici. In quanto problema antropologico si dovrà chiarire meglio non solo il ruolo della pubblica opinione nella Chiesa ma soprattutto il modello decisionale; senza il quale è difficile creare consenso duraturo. Si dovrà approfondire il rapporto tra LG 12 e DV 8 nella linea della ecclesiologia benedettina del primo millennio; ma non sembrano esserci novità all’orizzonte! In quanto problema teologico bisognerà elaborare una ‘teologia missionaria minima’ cioè essenziale. Forse si può seguire la difficile strada del ritorno alla fede di Gesù[3]. La Chiesa è guidata dallo Spirito (quindi legittima pluralità missionaria) per ‘attuare’ la missione del Figlio (legittima e necessaria normatività). Ma questo comporta di non aver paura di tornare al Gesù storico e alla sua missione. La scelta di servire la missione di Gesù aiuterebbe a risolvere alcune delle difficoltà oggettive della missione del post-concilio. Occorre superare l’ostinazione a rimanere nella sociologia dei segni dei tempi (GS 4) e cominciare a riflettere con la teologia dei segni per i tempi (GS 11) attraverso l’aiuto della cultura (GS 44).

Cf. L. Meddi, Chiesa italiana e forma sinodale. Una comprensione per il futuro, «CredereOggi», 42 (2022) 247, 97-112 (qui 108-111)


[1] Sono ancora valide le osservazioni di J.B. Cappellaro-E. Franchini, 1988; cf. anche U. Sartorio, Figure di annuncio nella stagione del postmoderno. Nuova evangelizzazione, inculturazione, testimonianza, in «CredereOggi» 25 (2005) 148, 4, 21-38; L. Meddi, 2012.

[2] Cf. L. Meddi, Rinnovamento pastorale e catechetico nel post Concilio delle missioni. Linee interpretative, in A. Trevisiol (a cura), Il cammino della missione a cinquant’anni dal decreto Ad gentes, Urbaniana University Press, Città del Vaticano 2015, 183-198.

[3] La teologia missionaria ha sottolineato come il problema sia proprio la visione cristologica; cf. S.B. Bevans-R.P. Schroeder, Teologia per la missione oggi. Costanti nel contesto, Queriniana, Brescia 2010 [2004].

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